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CITTADINANZA O NAZIONALITA'?

Gli ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico provenivano - nella quasi totalità - dagli stati dell'Europa centro-orientale la cui organizzazione politica e sociale era stata stravolta dall'esito della prima guerra mondiale e dai mutamenti che precedettero lo scoppio della seconda .
La stessa data di nascita degli internati, risalente in generale agli ultimi decenni del 1800 o ai primi del 1900, sta ad indicare il fatto che essi -qualsiasi fosse la loro nazione di provenienza - avevano camminato "cambiando più spesso i paesi delle scarpe" i e, con i paesi, molto spesso, anche la nazionalità.
Per questo motivo, al momento di creare la struttura del database presente su questo sito, si era scelto di indicare, accanto al luogo di nascita, la nazione nella quale questo luogo si trovava.
Operazione del tutto agevole quando si trattava di capitali o di città altrettanto note, ma dall'esito molto incerto nei casi - piuttosto frequenti - di piccole città o villaggi i cui nomi erano stati malamente trascritti da parte di chi redigeva gli elenchi degli internati o tutti gli altri documenti che li riguardavano.
In più, procedendo nella ricerca, ci si è venuti rendendo conto che la semplice allocazione geografica del luogo di nascita avrebbe, in molti casi, separato i protagonisti dalle ragioni storiche delle loro vicende. Si è quindi deciso di sostituire all'indicazione della nazione in cui realmente o ipoteticamente veniva a trovarsi il luogo di nascita, la segnalazione della nazionalità degli internati.
Questa operazione ha tuttavia posto un problema di fondo: quale significato attribuire al termine "nazionalità" presente nella quasi totalità delle fonti documentali?
Andava, cioè, verificato se esso venisse usato come sinonimo di cittadinanza - come spesso accade - o nel suo significato assoluto.
Esiste, infatti, tra nazionalità e cittadinanza, una differenza sostanziale. Mentre la prima richiama il legame che collega un individuo ad un gruppo o ad una comunità omogenea per lingua cultura, tradizioni, religione, la seconda assume un significato più specificamente giuridico, perché rappresenta la condizione della persona che vede riconosciuti, dallo Stato in cui risiede, pieni diritti civili e politici.
E' anche vero, tuttavia, che nessuno dei due termini potrebbe risultare adatto a descrivere la condizione degli ebrei che vivevano nell'Europa centro orientale nei due decenni che intercorsero tra la prima e la seconda guerra mondiale.
E', infatti, difficile attribuire loro sia l'appartenenza totale alla comunità prevalente nello stato di residenza, sia il possesso di diritti che nemmeno la naturalizzazione, cioè l'acquisizione della cittadinanza, rendeva stabili, inalienabili.
Essi erano stati per secoli minoranza e lo rimanevano anche nelle nazioni sorte dopo la prima guerra mondiale, quelle che Hannah Arendt ha definito "nazioni delle minoranze" nelle quali erano costrette a convivere popolazioni fino ad allora separate se non ostili.
Minoranza erano gli slovacchi e gli ungheresi in Cecoslovacchia, o i croati e gli sloveni in Jugoslavia, solo per fare qualche esempio.
"Raggruppati più popoli in uno stato - scrive la filosofa tedesca - i trattati affidarono il governo ad uno di essi, promosso a rango di "popolo statale", tacitamente presumendo che gli altri importanti avessero una parte adeguata nell'amministrazione del paese, il che, naturalmente, non fu." ii
E l'attribuzione ad un organismo esterno, cioè la neonata Società delle nazioni, rese ancora più lontana la prospettiva di impedire discriminazioni ed abusi. iii
Fu così che in quelle nazioni si formò la concezione che "soltanto l'appartenenza alla nazione dominante dava veramente diritto alla cittadinanza e alla protezione giuridica" e divenne pratica consueta la limitazione dei diritti da concedere alle componenti minoritarie della popolazione, in modo da segnare la loro diversità rispetto alla parte maggioritaria.
L' unica prospettiva concessa ai gruppi allogeni per venir fuori da questa situazione - sempre secondo Hannah Arendt - era quella di "accontentarsi delle leggi eccezionali finchè non erano completamente assimilati e non avevano fatto dimenticare la loro origine etnica", cosa che, per le popolazioni ebraiche era molto difficile.
Esisteva la possibilità della naturalizzazione, cioè la rinuncia alla cittadinanza d'origine e l'acquisizione della cittadinanza nel nuovo stato di cui ci si era ritrovati a far parte, ma non sempre questa procedura bastava a favorire l'integrazione e, in più, finiva per rivelarsi un percorso quasi impraticabile.
"L'intero procedimento - scrive la Arendt - venne meno di fronte alla prospettiva di una massa di decine di migliaia, di centinaia di migliaia di persone da naturalizzare. […] Invece di naturalizzare almeno una piccola parte dei nuovi arrivati, tutti i paesi cominciarono ad annullare le naturalizzazioni già accordate e i cittadini che subirono questi provvedimenti furono di regola i primi a diventare apolidi.
Questo il contesto in cui si sviluppò la politica revanschista di Hitler - culminata nel 1938 con l'annessione dell' Austria al Reich nazista e con lo smembramento della Cecoslovacchia seguito subito dopo - politica fatta subito propria anche da altri stati, come ad esempio l'Ungheria o la Romania pronte a recuperare i loro territori assegnati nel 1919 alla stessa Cecoslovacchia, e, soprattutto, acclamata da gran parte delle popolazioni interessate, come accadde in Austria.
Del resto, gli ebrei erano "i rappresentanti per eccellenza e quasi il simbolo vivente del popolo, di quella nuda vita che la modernità crea necessariamente al suo interno, ma la cui presenza non riesce più in alcun modo a tollerare" iv
E in questo stesso contesto venne ad inserirsi - quasi come corollario - la promulgazione delle leggi antiebraiche da parte di tutti gli stati dell'Europa centro orientale, leggi accolte con manifesto consenso da parte di quelle popolazioni e senza grandi o significative proteste da parte delle democrazie occidentali. Tutte queste leggi, seguendo il modello delle leggi di Norimberga - le prime ad attuare, a partire dal 1933 l'annullamento in massa delle naturalizzazioni contro i tedeschi naturalizzati di origine ebraica -v si posero, come primo obiettivo, quello di espellere gli ebrei dalla comunità nazionale togliendo loro la cittadinanza. Fu così in Romania e in Ungheria, mentre la Polonia tolse la cittadinanza agli ebrei che avessero risieduto all'estero da almeno cinque anni e che non fossero rientrati entro il mese di ottobre del 1938. vi
Gli ebrei austriaci i quali avevano goduto, storicamente, del diritto di cittadinanza, dopo l'Anschluss non furono considerati "membri della comunità protettiva del Reich tedesco" e, conseguentemente nemmeno cittadini del Reich. vii Il neonato stato slovacco - satellite del Reich - nell'aprile del 1939 tolse agli ebrei, tra gli altri, il diritto di voto.
Già nel 1938 - è sempre la stessa Arendt a ricordarlo - anche i partecipanti alla conferenza di Evianviii dovettero riconoscere che tutti gli ebrei tedeschi e austriaci fossero ormai potenzialmente apolidi, come lo sarebbero diventati, ben presto. quelli residenti negli altri stati di quella parte d'Europa. Privati della cittadinanza, e resi così apolidi, agli ebrei residenti nell'Europa centro-orientale venne a mancare di qualsiasi tutela da parte dei governi.
E tra le varie implicazioni dell'apolidicità, Hannah Arendt ricorda quella più drammatica: l'estrema cura con cui i nazisti insistevano affinchè gli ebrei non tedeschi perdessero la loro nazionalità prima del trasporto o, al più tardi, il giorno della deportazione.ix


i Bertolt Brecht - A quelli nati dopo di noi, 1939
ii Hannah Harendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi 2004. Questa citazione - come tutte le altre della stessa autrice presenti nel testo - è tratta dal capitolo Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani, pp 375-401
iii I trattati di protezione delle minoranze imposti dalla Società delle Nazioni avrebbero dovuto garantire alle minoranze l'uso della loro lingua, sia nei luoghi privati che in quelli pubblici, compresa la scuola che doveva garantire loro l' insegnamento nella lingua materna. Gli Stati, invece, limitarono al massimo l'esercizio di questi diritti, fino , in molti casi, a cancellarli completamente. Del resto gli stessi governi non previdero nessun intervento sanzionatorio da parte della Società delle Nazioni, nel caso che i trattati venissero violati. Dai comportamenti discriminatori non andò esente lo stesso fascismo, fin dalla sua nascita, in particolare nei confronti delle minoranze slave presenti in Friuli Venezia Giulia. Sull'argomento vedi Annamaria Vinci, Il fascismo di confine intervento reperibile al seguente indirizzo web: http://www.italia-liberazione.it/ita/doc/vinci_to_06.pdf
iv Cfr. G. Agamben, Che cos'è un popolo?, in Idem, Mezzi senza fini. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pp. 33-34 citato in Adriana Lotto, Diritti umani e cittadinanza in Hannah Arendt, reperibile al seguente indirizzo web: http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/5_Lotto.pdf
v Articolo 1 della Prima ordinanza di esecuzione della legge sulla cittadinanza del Reich, 14 novembre 1935: Sino alla emanazione di ulteriori disposizioni sulla lettera della cittadinanza del Reich, sono considerati provvisoriamente come cittadini del Reich i cittadini di sangue tedesco od affine che al momento della entrata in vigore della legge sulla elezione del Reichstag erano in possesso del diritto elettorale, ovvero coloro ai quali il ministro degli interni, di concerto col sostituto del Führer, conceda provvisoriamente il diritto di cittadinanza del Reich. Il ministro degli interni, di concerto col sostituto del Führer, può revocare tale concessione provvisoria.
vi L'ordinanza fu emanata il 6 ottobre del 1938 e la scadenza, per chi voleva rientrare, fu fissata al 29 dello stesso mese. Proprio nell'ottobre del 1938. Scrive Hilberg: "La reazione del ministero degli Esteri tedesco fu immediata. Alla fine del mese di ottobre, migliaia di ebrei arrivarono in treni piombati a Zbonszyn, alla frontiera polacca. I polacchi ostacolarono l'operazione. I convogli furono allora fermati in una terra di nessuno tra cordoni di polizia tedesca e polacca […] In senso contrario giungevano treni polacchi pieni di ebrei di nazionalità tedesca diretti verso la frontiera" Cfr: Raul Hilberg - La distruzione dgli Ebrei d'Europa, Einaudi, 2017, Vol II, pp432-433. Sulle vicende degli ebrei cittadini originari della Polonia residenti in Germania (naturalizzati resi apolidi, o con cittadinanza polacca) cfr: Klaus Voigt, Villa Emma - Ragazzi ebrei in fuga 1940-1945, La nuova Italia 2002, pp3-14
vii Il 20 maggio del 1938 furono introdotte ufficialmente in Austria le leggi di Norimberga. "Le leggi razziste emanate in blocco in Austria dopo l'Anschluss, nell'insieme, furono le stesse che il regime aveva messo in pratica in Germania, in modo più graduale, nei cinque anni precedenti. […] Nel giro di pochi mesi gli ebrei furono allontanati dalla società, dalla cultura, dai vari settori economici, grazie all'adozione in toto di una legislazione razziale estranea fino ad allora al quadro normativo austriaco. […]" Cfr. Valentina Tortelli , La propaganda antisemita nella pubblicistica austriaca dopo l'Anschluss in Italia Contemporanea, giugno 1997, n.207 pp 229-256
viii Dal 6 al 15 luglio 1938, i delegati di 32 paesi si riunirono presso l'Hotel Royal di Evian, in Francia, per discutere il problema dei profughi ebrei. I rifugiati cercavano disperatamente di fuggire dalla persecuzione nazista in Germania, ma non potevano farlo senza un permesso che consentisse loro di stabilirsi in un altro paese. La conferenza di Evian non apportò virtualmente alcuna modifica alle politiche di immigrazione della maggior parte delle nazioni che vi parteciparono. Le grandi potenze, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, si opposero all'immigrazione illimitata, mettendo ben in chiaro che non intendevano intraprendere alcuna azione ufficiale per risolvere il problema dei profughi ebrei tedeschi. Cfr: https://www.ushmm.org/wlc/it/media_fi.php?ModuleId=0&MediaId=1266
ix Molto diverso fu il comportamento del governo e del popolo danese. Quando i tedeschi, con una certa cautela, invitarono i ministri danesi ad introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione tra gli ebrei di origine danese (che erano circa 6400) e i millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca prima della guerra e che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi.[…] I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i profughi, in quanto apolidi, non erano più cittadini tedeschi, i nazisti non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Fu uno dei pochi casi in cui la condizione di apolide si rivelò un buon pretesto, anche se naturalmente non fu per il fatto in sé di essere apolidi che gli ebrei si salvarono, ma perché il governo danese aveva deciso di difenderli (Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 1999, pp.177-182)

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