FONDAZIONE CENTRO DI DOCUMENTAZIONE EBRAICA CONTEMPORANEA - MILANO
Fondo Israel Kalk


ODISSEA DEL PENTCHO

"Der Pentho Trasport" di Enrico Wisla: ricordi di un passeggero di questa nave che con 520 ebrei tentò nel 1941 di raggiungere da Bratislava la Palestina attraverso il Danubio, il Mar Nero e il Mediterraneo, e che naufragò nell'Egeo. I naufraghi furono salvati dalla marina militare e internati in un primo periodo a Rodi poi trasferiti a Ferramonti-Tarsia.


Il 16 maggio 1940 la nave "Pentcho""con a bordo 520 emigranti ha lasciato il porto sul Danubio Bratislava diretta verso la Palestina. Era uno spettacolo che faceva rizzare i capelli: su un vecchio rimorchiatore danubiano, che forse serviva una volta per il trasporto di bestiame o di grano e che per l'imminente viaggio avventuroso era provvisto di alcuni tavolati ed impalcature addizionali in legno, si pigiavano emigranti disperati dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Germania, dall'Austria, dall'Ungheria, dalla Polonia, ecc.

C'erano, tra di loro, circa 200 giovani idealisti e poi 200 persone adulte (coppie di sposi e persone sole) che non temevano privazioni di sorta, pur di poter rivedere i loro figli in Palestina. Si trovavano, inoltre, sulla nave, cento uomini già detenuti in vari campi di concentramento tedeschi e rilasciati alla condizione di abbandonare immediatamente la Germania. Il delitto peggiore degli organizzatori del viaggio era quello di portare con sé circa 30 bambini.
La direzione del trasporto illegale era nelle mani della Nuova Organizzazione Sionista Mondiale che - nell'intento di compiere gesta revisioniste - promosse un trasporto illegale verso la Palestina e ha raccolto una somma notevole in valuta estera. Il prezzo di partecipazione era in media circa 100 dollari USA a testa, che dovevano essere depositati in una banca svizzera.

L'impresa era veramente avventurosa, poiché gli organizzatori del trasporto non disponevano di denaro.
Il "Pentcho" era riuscito, tuttavia, dondolandosi, a scendere lungo il Danubio ed a raggiungere Budapest e Belgrado facendosi dare dalle rispettive comunità israelitiche danaro e viveri. Proseguendo il viaggio la nave ha raggiunto la cosiddetta "Porta di ferro" dove ha dovuto sostare nella cocente stagione estiva ben sette settimane, non avendo la commissione internazionale del Danubio ritenuto il "Pentcho" sufficientemente navigabile per attraversare le rapide del posto.
Soltanto nell'agosto 1940 il governo Jugoslavo ha inviato in loco un vaporetto rimorchiatore che ha scortato il "Pentcho" col suo carico umano, pigiato in modo da formare una massa compatta, attraverso la "Porta di ferro" raggiungendo il territorio bulgaro.

La proposta dell'autorità jugoslava di far ritornare la nave a Bratislava o di far internare i passeggeri in Jugoslavia era stata, dalla direzione del "Pentcho", semplicemente respinta. Ed ora comincia la vera odissea del doloroso viaggio.


Durante tutto il mese di Agosto e la prima metà di settembre il "Pentcho" dondolava privo di soccorsi tra la Bulgaria e la Romania. Nessuno voleva venire in aiuto alla povera gente. Battelli-pattuglie della polizia ingiungevano alla nave insistentemente di proseguire il viaggio. Le scorte di viveri stavano per finire. Una volta gli organizzatori del viaggio erano riusciti ad indurre un ricco ebreo bulgaro, domiciliato in una piccola città danubiana, di offrire loro in dono alcuni sacchi di pane ed altri viveri. Ma la nave doveva subito proseguire il suo viaggio. In un altro posto bulgaro una commissione militare mista è salita a bordo del "Pentco" e camminando, si può dire, sopra i passeggeri che giacevano esauriti sul pavimento, ha provveduto al sequestro della bandiera bulgara issata sulla nave senza averne il diritto. E così il disgraziato battello era costretto a continuare il suo viaggio giù sul Danubio senza bandiera, cioè come una nave pirata. Ben resto anche l'olio combustibile, che azionava il motore, è finito e la nave è rimasta immobile presso uno dei tanti isolotti inabitati del fiume. In preda ad un caldo cocente ed alla fame si è impossessato dei passeggeri il primo sentimento di panico. Ed infine si è avvicinato al "Pentcho" un motoscafo provvisto di una minacciosa mitragliatrice.

Il governo rumeno ha scortato il "Pentcho" fino al vicino porto Giurgiu dove la nave, trainata da un rimorchiatore è giunta dopo due giorni. Ed ora cominciano cinque settimane terribili. In Romania era scopiata la rivoluzione e le truppe russe erano penetrate nella Bessarabia. Nessuno si preoccupava più dei 520 poveri passeggeri del "Pentcho" che ormai erano da settimane in preda alla fame. I responsabili del "Pentcho" hanno allora preso la disperata decisione di issare la bandiera del bisogno e della fame. Sull'albero di trinchetto veniva issato un drappo bianco di lino con sopra disegnata una grande croce rossa e ciò per annunciare al mondo e più particolarmente agli abitanti della piccola borgata Rustchuk che i 520 ebrei a bordo del "Pentcho" patiscono la fame. Grazie all'intermediazione del vescovo bulgaro, il comitato ebraico di assistenza ha inviato una barca piena di viveri. Al principio di settembre, allorquando alcuni coraggiosi giovani erano saltati nel Danubio allo scopo di raggiungere la vicina costa bulgara nonostante gli spari della guardia rumena (essi sono stati tuttavia catturati e riportati) ordini della superiore autorità imposero ai profughi di provvedersi di olio combustibile, di alcuni sacchi e casse di viveri e botti di acqua e di proseguire il viaggio verso il Mar Nero, dove la nave è giunta il 15 settembre 1940.

Una terribile angoscia si impossessò della gente: questo battello, incapace persino di navigare lungo il fiume doveva ora affrontare il mare. Non si pensava più neppure ai pericoli della guerra, ma soltanto alla parola "Mare". Dopo aver effettuato alcune riparazioni alle ruote a paletta, la nave ha lasciato, il 21 settembre 1940 il porto sul Mar Nero Sulina ed ha preso la via del mare. E' stata una vera fortuna che, proprio in quei giorni, il famigerato Mar Nero era piuttosto calmo, sicchè il "Pentcho" ha potuto, dondolandosi continuamente, raggiungere Costanza, la costa bulgara e quella turca e, dopo due giorni, passare il Bosforo e raggiungere Istanbul. I 520 emigranti illegali potevano allora contemplare la bellezza di Costantinopoli unica nel suo genere. Ma anche i turchi non hanno avuto pietà dei passeggeri ed hanno ordinato alla nave di proseguire il suo viaggio, ciò che essa dovette fare, nonostante la sua riserva d'acqua potabile e la sua scorta di viveri stessero per terminare.

Nei due giorni successivi, allorquando il "Pentcho" attraverso il Mar di Marmara e i Dardanelli raggiunse il Mar Egeo, la fame e la sete erano già all'ordine del giorno. Poiché non si poteva seguire la progettata rotta lungo la costa turca a causa della mancanza di olio combustibile, si pensò, con gli ultimi rimasugli di questi, di puntare, attraversando l'arcipelago delle isole leggendarie greche - a ciò indotti dal tempo relativamente bello e senza vento. Essendo coinciso il nostro arrivo ad Atene con le festività ebraiche, i due giorni del Capodanno, la comunità israelitica locale ci offerse in dono il giorno 4 ottobre 1940 viveri ed acqua ed anche un po' di olio combustibile per consentirci di proseguire il nostro viaggio verso la Palestina. L'olio era, però, appena sufficiente per coprire la metà del percorso, visto il razionamento vigente già in Grecia, dove si attendeva da un momento all'altro lo scoppio della guerra.
Dopo tre giorni di navigazione eravamo di nuovo in alto mare e potevamo intravedere sull'orizzonte alcuni piccoli isolotti, all'improvviso il mare si fece burrascoso e ciò determinò il destino della nave.

Nei giorni 6,7,8,9 ottobre, dopo un breve viaggio nel mare in tempesta con onde alte come una montagna che sballotto lavano la nave come un giocattolo nelle insenature dei vari isolotti greci.
Ed era, verso il mezzogiorno del 9 ottobre, allorquando il forte vento si era un po' calmato e la nave poteva di nuovo seguire la rotta sud-est stabilita in principio, avvenne la disgrazia: un guasto al motore ha impedito al "Pentcho" qualsiasi manovra.
Si pensò allora di ricorrere alle vele, ottenute con la trasformazione di alcune lenzuola, ma la tempesta diventò sempre più forte. Poiché in lontananza si intravvedevano alcuni isolotti, si puntava verso questi. Il vento, però, diventò sempre più violento e poco dopo la mezzanotte del 10 ottobre il "Pentcho" urtò contro gli scogli dell'isolotto completamente disabitato Kamilonisi (50 Km a nord di Creta e circa 80 Km ad occidente del Dodecaneso italiano) e si fracassò.
Per fortuna si è riusciti a gettare sull'isolotto alcune travi e scale, sicchè abbiamo potuto, senza badare allo spumeggiare di grosse onde, passare dalla nave ormai fracassata all'isolotto, arrampicandoci sugli scogli e prendendo terra, ormai completamente esauriti.

All'alba del giorno seguente - nel frattempo è stato constatato che l'isolotto era di estensione assai ridotta, completamente disabitato e privo di qualsiasi vegetazione, e che nel giro dell'orizzonte non si scorgeva terraferma - hanno avuto inizio i lavori di sgombero del battello che veniva continuamente sbattuto contro gli scogli. Sacchi con viveri, botto con acqua potabile erano disponibili in quantità assai limitata. Però tutte le travi in legno venivano portate a terra ed hanno potuto essere utilizzate per la costruzione di capanne di emergenza per proteggersi dalle intemperie. Al secondo giorno della vita da Robinson - era proprio Jom Kippur la festa del perdono, cioè la più importante festività osservata scrupolosamente dagli ebrei ortodossi - è stata trovata in una fessura della roccia un po' d'acqua, scoperta alla quale i 520 naufraghi debbono la loro salvezza. Nella stessa notte il battello ""Pentcho"" si sfasciò completamente ed affondò. La vita da Robinson ha durato dieci lunghi giorni ed è impossibile descriverla in poche parole. I poveri emigranti soffrivano la fame ed erano in preda ad una mortale disperazione.

Finalmente è arrivata la salvezza: il giorno 20 ottobre era verso mezzogiorno, alcuni avieri italiani - era già in corso la guerra tra la Grecia e l'Italia - avvistarono il movimento e le segnalazioni di fumo sull'isola .
Nella stessa serata accorse una nave italiana ed imbarcò tutti quanti i naufraghi. Dopo un viaggio tempestoso sbarcammo, il 23 ottobre 1940 sull'isola di Rodi nel Dodecaneso italiano dell'Egeo. In un primo tempo fummo internati in un campo di tende, ma successivamente - 24 dicembre 1940 - fummo trasferiti nei locali della caserma San Giovanni.
Il trattamento da parte delle autorità italiane fu ottimo, ma alla nostra permanente fame esse non potevano rimediare, e ciò a causa della scarsa disponibilità di viveri e dell'aumento continuo dei prezzi. Come conseguenza delle gravi privazioni, otto emigranti sono morti e molti altri hanno contratto malattie difficilmente curabili. Uno dei problemi più gravi era quello del vestiario, poiché molti dei naufraghi non possiedono alcun indumento all'infuori di quelli che hanno addosso. Auguriamoci che si troverà una persona in grado di offrire ai sinistrati un aiuto efficace e già sin d'ora i 520 naufraghi - uomini , donne e 30 bambini, inviano ai soccorritori i più sentiti ringraziamenti.



Dal database: elenco degli internati provenienti da Bratislava-Rodi.